La crisi del 2008-2009 è stata affrontata consentendo la sopravvivenza della gran parte delle imprese, soprattutto le grandi imprese e le grandi banche. Questo è stato reso possibile attraverso l’assistenza pubblica e la riduzione dei posti di lavoro, ma la crisi lascia una eredità sociale pesante: oneri sulle generazioni future ed un pesante aggravamento della disoccupazione. Le misure assunte dai governi hanno visto un maggiore sostegno alle banche e alle imprese di grandi dimensioni (auto, opere pubbliche) e più modesti interventi per le imprese minori. Gli interventi di ripristino della liquidità sono stati nell’ordine del 10% del prodotto interno lordo mondiale (oltre 5.000 miliardi di dollari), con una offerta monetaria quasi illimitata consegnata in mano a quanti già avevano utilizzato con poca discrezione il credito disponibile. L’offerta monetaria è confluita nel 2009 nelle borse, incrementando la speculazione e accrescendo le quotazioni.
Una prima meditazione va fatta su questo fenomeno, che indica come gli attuali meccanismi dei mercati e delle aspettative convergono principalmente sul breve periodo. Investimenti azionari e obbligazionari, misure governative di politica finanziaria, fiscale e industriale, modelli di distribuzione del reddito, prelievo fiscale, modelli di gestione dei bilanci aziendali, dei premi ai dirigenti, comportamenti bancari nel credito, atteggiamenti internazionali verso l’ambiente e il clima, persino gli investimenti di fondi destinati a finanziare la previdenza pensionistica e sanitaria, tutti sono accomunati da un unico indicatore: massimizzare i benefici nel breve periodo e trasferire al futuro gli eventuali sacrifici. In Germania, il Parlamento ha recentemente votato una legge costituzionale che impone agli Esecutivi di raggiungere il vincolo dello 0,3% di deficit pubblico/PIL entro il 2020 (il vincolo di Maastricht è il 3%, 10 volte tanto). Nel 2009 questo valore è pari al 14,5% nel Regno Unito, 11,9% negli USA, 10,8% in Spagna, 7,7% in Giappone, 8,0% in India e Russia, 6% in Italia, 4,8% in Germania. Ma in Italia non vi è una cultura dell’efficacia della spesa pubblica, e non si considerano altri vincoli all’indebitamento che quelli imposti da autorità esterne o costretti dalla fluttuazione dell’economia mondiale.
E’ indispensabile una presa di coscienza che quanto più l’indebitamento viene fatto crescere oggi, tanto più le giovani generazioni future saranno costrette a rinunciare a diritti oggi considerati intoccabili (istruzione, sanità, sicurezza, prensioni, democrazia, infrastrutture, aria, acqua, energia a buon prezzo), per mancanza di risorse adeguate a sostenerle e per l’obbligo di pagare vecchi debiti.
Non vi è però alcun dubbio che l’attuale crisi economica, oltre alle più incombenti ed evidenti misure richieste ai Governi e alle Banche Centrali, propone anche una riflessione sui comportamenti e gli stili di vita che tutti noi adottiamo nel contesto manageriale, imprenditoriale e lavorativo in cui ogni giorno operiamo, a contatto con le problematiche e le situazioni di difficoltà, che colpiscono migliaia di lavoratori e piccoli imprenditori. Questa riflessione deve essere condotta sui valori che informano le nostre decisioni e il nostro agire, ma anche sui comportamenti, sia dichiarati che inconsapevoli, che si basano spesso su convinzioni e pregiudizi consolidati nel tempo, relativamente alla giutizia, all’equità distributiva, alla legalità percepita nei piccoli come nei grandi gesti quotidiani. E quindi, oltre all’esigenza di spostare l’attenzione delle misure di politica nazionale, fiscale e finanziaria, dal breve al lungo periodo, favorendo investimenti (per l’ambiente, l’educazione e l’istruzione, la costituzione di competenze lavorative, scientifiche e professionali distintive) che possano diventare redditizi in un periodo compatibile con la giustizia intergenerazionale, vi è l’obbligo per tutti noi di riflettere e migliorare il risultato del nostro impegno quotidiano.
E’ diffusa la consapevolezza che non mancano spazi di miglioramento nei nostri comportamenti quotidiani:
- Nella gestione della cosa pubblica, rendere la spesa più efficiente e meno orientata ad attività futili e prive di utilità (come recentemente è stato rilevato per le spese delle Amministrazioni locali nei casi di disastri ambientali dovuti a scarsa cura ed attenzione ai servizi fondamentali per il territorio). -
- Nei comportamenti “pubblici”, chiudere ogni spazio alla corruzione, ai comportamenti omertosi, all’indifferenza per il rispetto dei tempi stabiliti per la prestazione di servizi e la realizzazione di opere pubbliche indispensabili. Anche la politica e la burocrazia sono spesso influenzate dal clima dominante edonistico e orientato ad assicurarsi personali benefici prelevando o utilizzando indebitamente risorse pubbliche, destinate ai più bisognosi. Spreco negligente di risorse pubbliche e, frequentemente, comportamenti immorali e illegali di appropriazione e corruzione, contraddistinguono alcune pubbliche amministrazioni, non solo con riferimento ai politici ma anche ai burocrati. Si tratta di comportamenti inadeguatamente censurati, che come ricorda la Corte dei Conti assommano a quasi 60 miliardi di euro l’anno, il 3% del PIL nazionale, paragonabili per dimensioni a quelli derivanti dalla criminalità comune e organizzata. Da comportamenti più virtuosi, rinuncia ad “occupare” risorse e strutture pubbliche a beneficio privato, e minori illeciti arricchimenti, possono scaturire per giustizia ed equità, migliaia di posti di lavoro in questo momento di bisogno, e miliardi di euro da destinare a chi è più bisognoso e rimane il più delle volte inascoltato e trascurato, perché povero e senza diritto di espressione.
- Nelle banche e negli istituti finanziari, è indispensabile riguadagnare il valore della “fiducia” che per decenni, dal dopoguerra, ha consentito alle banche locali di finanziare piccoli imprenditori creando lavoro e ricchezza, partendo da imprese sottocapitalizzate e prive di adeguate garanzie. L’attuale tendenza a prestare denaro solo a chi è più capiente o guadagna di più, disegna una società priva di opportunità, dove chi è ricco detiene il diritto a diventarlo sempre più, mentre chi è povero viene relegato alla condizione di subordinazione, mettendo le basi per una vera e propria riduzione della democrazia economica e della potenzialità di espressione dei talenti, specie tra i più giovani. Il rifiuto di spostare il debito dal breve al lungo periodo, che è proprio dell’odierna crisi del credito, mette le imprese nelle condizioni di chiudere e sopprimere posti di lavoro, distruggendo opportunità per il futuro rilancio dell’economia.
- Nelle imprese private, il ripetersi di comportamenti moralmente azzardati, sia verso i clienti che verso i fornitori, riducendo la qualità di prodotti e servizi, oppure rinviando indiscriminatamente i pagamenti a subfornitori e artigiani, contribuisce a impoverire il sistema economico. Il ripetersi di vicende in cui carenze normative o di controllo permettono a imprenditori spregiudicati di arricchirsi danneggiando l’ambiente, altre aziende e consumatori, mette in evidenza la carenza di valori individuali, condivisi, relativi alla responsabilità collettiva che l’imprenditore ha nell’esercitare l’impresa. Spesso l’impresa chiede che le venga riconosciuto un valore sociale e un impegno, ma corrisponde con scarsa trasparenza e pochi meccanismi volti a provare che tale valore sociale sia poi adeguatamente ricambiato con comportamenti responsabili. La ricerca di bonus manageriali sempre più elevati, marca una realtà di diseguaglianza sia tra cittadini che tra lavoratori, foriera nel lungo periodo di pesanti conflitti sociali.
- Infine, anche gli eccessi di alcuni nel tutelare diritti che appaiono veri e propri privilegi, come il familismo nelle carriere professionali e dirigenziali contro il merito, l’eccessiva tutela dei pensionati rispetto ai lavoratori più giovani, il salvataggio di imprese e posti di lavoro in conclamata situazione di diseconomicità ed evidenti privilegi (come nel caso di molte aziende pubbliche e private “passive” e “improduttive”), invece che contribuire alla giustizia sociale, provoca un generale deterioramento della capacità di giudizio e dell’equità distributiva, aggravando la situazione generale invece di migliorarla.
Da manager e da imprenditori occorre proporre al mondo economico locale una riflessione sulla presenza, anche nella nostra economia, di queste situazioni di sperequazione, tacito consenso all’ingiustizia, assenza di merito e perdita di valori. Solo comportamenti moralmente informati, trasparenti e disponibili alla trasparenza, socialmente responsabili, possono contribuire a ristabilire la fiducia collettiva nel lavoro, nel mercato, nel capitale e nell’impegno sociale. Solo una maggiore consapevolezza dei doveri e della necessità di dare esempio delle classi dirigenti locali può contribuire a migliorare una situazione che solo apparentemente è migliore rispetto ad altri contesti italiani e internazionali, ma è tale solo in termini relativi, rispetto ad una realtà di bisogno sociale concreto e, spesso, anche di una certa superficialità di giudizio e inconsapevolezza delle reali situazioni di necessità che caratterizzano anche la nostra realtà locale.
Amedeo Levorato